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Statale 18

Dalla storica via Emilia, metaforica linea di confine tra un paesaggio in via di trasformazione, e una fotografia alla ricerca di nuovi linguaggi, le esplorazioni che dalla strada si inoltrano per i più disparati rivoli tematici sono divenute nel tempo un nuovo genere che trova il suo spazio narrativo nella complessa frammentarietà delle articolazioni, aggiungendo nuove metafore agli aforismi pret a porter restituiti dalla rete. Come questa “madre di tutte le catastrofi calabresi”, disillusione di cui s’incarica l’antropologo Mauro Minervino a proposito della statale 18, prima Salerno - Reggio Calabria della storia, nel saggio che fa da traccia alla ricognizione di Giuseppe Torcasio. Realizzate con un agile smartphone, complemento concettualmente ideale per queste visioni in movimento, le immagini di Torcasio descrivono un paesaggio diametralmente distante dal topos di bellezza primordiale celebrato dal Grand Tour: questa “città a nastro”, che si distende per 600km attraverso tre regioni, appare come l’area simbolo del non luogo, dove abusivismo edilizio, centri commerciali, locali notturni e villaggi turistici dai nomi esotici e improbabili, sfruttamento dell’immigrazione e della prostituzione, latitanze mafiose, delinquenza, spaccio, sexy-shop, ristoranti pacchiani e alberghi a ore ne fanno il passaggio obbligato di un altro, e ben diverso Gran Tour, quello del “tamarro”. Insieme alla dimensione documentaria, nelle immagini di Torcasio ritroviamo un classico della fotografia, quella visione dal finestrino che da Walker Evans in poi ha affascinato un numero sempre maggiore di autori, facendo della propria visione il soggetto stesso della fotografia. Simile ad un fermo immagine, a volte laterale, altre obliquo, impreciso fino a ricomprendere talvolta il cruscotto o il parabrezza come ulteriori cornici della porzione di realtà prelevata, ogni singolo still frame compone la sequenza di un viaggio condotto sul filo dell’ironia. Per chi fosse interessato, paradiso affittasi.
Attilio Lauria

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