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Calabritudine

Immagini intense, quelle di Giuseppe Torcasio, che dalla superficie di una stampa penetrano immediatamente sottopelle, fino a toccare i recessi più profondi del sentire. Immagini abitate da figure familiari per la nostra memoria collettiva, che nel silenzio ovattato del bianco e nero appaiono come ombre immerse nella solitudine di una lontananza insondabile, la stessa in cui si perdono gli sguardi annacquati di anziane donne sull’uscio di casa. O quelli di bambini che montano in piedi sulle panchine per spingere lo guardo ancora più in là, provando a risalire dal gorgo di un destino segnato.
Difficile dire cosa sia, la Calabritudine, se un carattere, una categoria dell’anima, o un’antica e schiva fierezza memore di un’altra ‘negritudine’, che mostra il gesto delle corna a chi irrompe con occhio da ciclope contemporaneo in un mondo dalle regole antiche.
In queste immagini è sicuramente un’atmosfera, quella appunto di un piccolo mondo antico in cui lo sguardo dell’Autore sembra indugiare col gusto amaro della saudagi, offrendoci ritagli di quotidianità come preziosi haiku, che tra sillabe di poesia nascondono invero un’altra realtà: “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera”.
E in quell’immagine di fine giornata al ritorno dai campi, così straordinariamente assonante con i versi di Quasimodo, tutta la durezza di un vivere in cui la modernità è solo un paio di scarpe da ginnastica ai piedi di una donna che accudisce le galline, o i guanti di gomma con cui lavare il bucato, ancora ad una fontana pubblica.
È in tanti i modi che si può raccontare la Calabria, cercando magari l’inesplorato lontano dai luoghi comuni, come fece ad esempio il giornalista Pino Nano nel 1986, titolando “Calabritudine” un libro con il quale tentava una chiave di lettura diversa dalla Calabria violenta ed arretrata, raccontando storie di managers ed industriali affermatisi altrove, degli artisti che in pochi conoscono, o di improbabili banchieri, definiti “nuovi Re Mida di questa regione”.
Ad un quarto di secolo da quella pubblicazione Pino Torcasio ci mostra quanto tenaci e resistenti fossero le cause dell’isolamento che quelle aspirazioni di affrancamento dovevano contrastare, e quanto lontano sia ancora lo Stato – ad esempio nell’atteggiamento di diffidenza misto a preoccupazione con cui si maneggiano ‘i carti’ che arrivano per posta - da queste nicchie di società, impermeabili allo scorrere del tempo.
Ma è da prospettive diverse che è possibile osservare le immagini di Pino Torcasio, nei cui infinitesimi di tempo è indubbiamente riconoscibile l’abusata formuletta bressoniana sulla linea che nell’istante dello scatto unisce occhi, cuore e cervello: come si dice nello slang fotografico, questo nostro Autore ‘ha occhio’, capacità di cogliere momenti e situazioni significanti, che in questo portfolio delineano il ritratto di una certa Calabria. Quello di una società incredibilmente cristallizzata in un’epoca lontana, tanto da farne apparire quasi bozzettistica la rappresentazione, simile alla Calabria impietosamente descritta dai viaggiatori stranieri del passato. Ma non è certo questo l’intento dell’Autore, che al contrario, ci offre delle testimonianze ormai preziose, ‘cartoline’ da una società in via di estinzione, come per altri versi sottolinea la presenza di bambini in sole tre immagini; testimonianze lontane dalla freddezza documentaria dell’indagine socio-antropologica, ma venate da quell’affettuosa e struggente ‘calabritudine’ che Torcasio ha indubbiamente dentro di sé, e che riesce a infondere alle sue immagini.
Attilio Lauria - BFI
Docente Fiaf
Redattore Fotoit

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